Intervento del CLR - 19 gennaio 2007

LEXICON, OVVERO L’IMPOSIZIONE AL MONDO DEL LESSICO CLERICALE
LESSICO LESBICO: NOMINARE PAROLE DI LIBERTA’

Il cristianesimo, così come l'islamismo e ogni forma di religione ecumenica, si basa su un'etica che aspira, per sua stessa natura, ad essere universale. L'integralismo non è insito in una particolare religione, ma è l'elemento fondante di ogni religione monoteistica che aspira a incarnare la Verità. Questa posizione (la) si evince molto chiaramente dallo scritto del Cardinale A. Lopez Trujillo, che costituisce la prefazione del Lexicon. Non intendiamo entrare nel merito del documento, né tanto meno impedire la libertà di parola e di espressione a liberi cittadini di un libero Stato, ma riteniamo di dover in ogni caso sottolineare l'inopportunità di molti passaggi della difesa ad oltranza della cultura patriarcale, misogina, lesbofobica e omofobica che la Chiesa cattolica divulga.
Concependo la Verità di cui il Lexicon si fa portavoce, come una verità parziale, storicamente determinata, umana (non divina), ci siamo chieste il perché di questa difesa ad oltranza di una cultura che da secoli opprime le donne. Se così fosse risulterebbe evidente che la Chiesa fa parte integrante di un più ampio sistema culturale che esercita il suo potere coercitivo attraverso la negazione della libertà delle donne in primo luogo e anche degli uomini.
Uno degli elementi che maggiormente ha colpito la nostra attenzione è il riferimento alla Dichiarazione dei Diritti Umani (art. 3) in cui si riafferma che ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della persona. Ci chiediamo a quale libertà, a quale diritto alla vita e alla sicurezza si riferiscono i vaticanisti se poi individuano come l'unica via percorribile quella indicata dalla Chiesa in quanto unica depositaria di verità. Evidentemente per il clero l'unica via percorribile è quella indicata dalla Chiesa, al di fuori di essa, qualsiasi scelta è a dir poco errata , falsa e comunque al di fuori dell'ordine naturale delle cose e quindi da condannare. (sostituirei la frase precedente con questa) anche se ho comunque corretto anche l'altra frase
Ed è questo l'intento esplicito del Lexicon, quello di definire e disambiguare alcune parole che riguardano concetti ed espressioni di uso comune: gli esperti della Chiesa utilizzano alcuni termini, quali libertà e natura in modo univoco, rifacendosi esplicitamente a quella monocultura di cui sono portavoce.
Ci siamo chieste cosa fosse la libertà per noi e per le donne. Noi crediamo che libertà è decidere del proprio corpo, è decidere se fare figli o abortire, se sposarsi, e ancora decidere di potere amare un'altra donna o (se proprio si deve) un uomo. Di questi argomenti si dibatteva anche trenta anni fa; ma oggi in Italia sono ancora all'ordine del giorno argomenti come: diventare presidente della repubblica, ricoprire cariche istituzionali di alto livello, servire messa, avere pari retribuzione a parità di qualifica, rimanere nel mercato del lavoro quando si fanno figli, e queste crediamo siano espressioni di libertà. E come mai le donne non vi aspirano? O invece nella maggior parte dei casi è vero che vige una tacita "selezione della specie"e dunque il sesso privilegiato resta naturalmente quello maschile a tutto discapito delle donne ? E ancora le donne sono di fatto imprigionate nel modello familiare e patriarcale di cui la chiesa si erge a difesa e che si ostina a considerare come lo stumento pressoché unico per la completa realizzazione femminile, per l'esercizio della sua "vocazione "e per l'esito del suo "destino naturale".
Quanto alla "naturalità", per noi essa è attribuire senso, significato e quindi, nominare quello che si vive e si prova, dando corpo e corso ai propri desideri e non, come i vaticanisti sostengono, un qualcosa di ispirato e prodotto dal Creatore e dunque da applicare alla lettera.
Preferiamo adottare a questo punto la loro stessa strategia, citando una lesbofemminista a noi cara: " Non c'è niente che sia più secondo natura del lesbismo, niente che sia più biologicamente giusto, come è comprovato anche da milioni di piante e animali lesbiche partenogenetiche; non c'è niente di più naturale di una donna che ama un'altra donna e le altre donne" (Prefazione alla ristampa de L'amante Celeste di Rosanna Fiocchetto, ed. Il dito e La Luna, MI,2003 prima ed. Estro,FI,1986 ).
Scrive il Cardinale Alfonzo Lopez Trujillo che "non è intento di questa iniziativa combattere o andare contro istituzioni e persone e, ancora meno, fare imposizioni". Eppure già dalle pagine introduttive di questo scritto, noi avvertiamo il tentativo di una violenza simbolica (termine che non intendiamo mettere tra virgolette) tanto più grave quanto più celata, poiché nasconde dietro le parvenze di una "persuasione amorevole", l'ombra di un integralismo dei più biechi e anche dei più pericolosi. Integralismo che ci appare legato al tentativo di imporre una verità parziale, facendola passare per universale, utilizzando i canali di un potere che da sempre, storicamente, ha cercato di manipolare quella stessa opinione pubblica che dichiara di voler preservare e difendere dall'ambiguità di espressioni diffuse. Violenza simbolica che ci appare insita nella natura stessa di un'opera che, si evince sin dalla sua prefazione, intende funzionare da correttivo e "prescrittivo" alle "numerose espressioni in uso nei Parlamenti e nei fori mondiali" e dall'emblematico titolo di Lexicon: il lessico, le parole, i simboli/segni per eccellenza.
Ci appare evidente che in un mondo occidentale che si avvia sempre più verso la strada della secolarizzazione la Chiesa arranca a fatica tentando di richiamare all'ordine i suoi fedeli e di imporre la sua natura integralista sugli ordinamenti di uno Stato che dovrebbe aspirare ad essere laico.
Eppure, in Italia, la legge sull'inseminazione artificiale, il continuo tentativo di colpire il diritto all'aborto, i cospicui finanziamenti stanziati per le scuole private cattoliche e tutti gli altri temi della bioetica, dalla ricerca sulle cellule staminali fino all'eutanasia, ci indicano quanto l'ingerenza del Vaticano sia forte, non solo sull'opinione pubblica, ma anche e soprattutto sulla legislazione del nostro Stato.
Noi ci troviamo in tal modo nella scomoda posizione di coloro che, pur essendo molto critiche nei confronti di temi come quello dei Pacs, siamo (sono) comunque costrette a scegliere tra una Chiesa arroccata su posizioni chiaramente misogine e omofobiche e un ordinamento che, in quanto donne e lesbiche, ci ignora, continuando ad accordare, in modo più o meno esplicito o velato, un tacito ossequio a posizioni pericolosamente e indecorosamente integraliste. Non sembri fuori luogo questo infiltrarsi continuo e surrettizio dei riferimenti alla famiglia e al concetto di coppia più o meno "normale", di diritto o di fatto. Non per nulla vi ricorre continuamente lo stesso Cardinale Trujillo, preocupato com'è a inserire il suo discorso sulla bontà e l'utilità del Lexicon in una finalità tutta volta a sottolineare la necessità di chiarire e di sottrarre termini e parole alle percolose ambiguità "moderniste" per aiutare la famiglia nel difficile e rischioso compito della formazione e dell'educazione della prole (del maschio). Quello che sfugge - al Vaticano, come ai promotori - è che i cosiddetti PACS non sono affatto un sovvertimento o un annientamento della sola, "normale", divina famiglia eterosessuale: ne sono anzi una consacrazione, poiché ribadiscono che quella è l'unica forma possibile di convivenza con dei diritti, a tal punto da omologarvi, assimilarvi tutte le altre.
Dunque, noi crediamo che il rischio dell'omologazione attraverso l'accettazione dei Pacs sia grandissimo e crediamo che sia fortmente discriminante dover accedere per forza all'istituto matrimoniale (o delle coppie di fatto): il matrimonio in realtà è un'istituzione discriminatoria perché concede privilegi solo ad una parte della popolazione ed infatti discrimina singole/i, lesbiche/omosessuali, conviventi, bambine/i che vengono affidati all'uno o all'altro coniuge secondo logiche istituzionali (economiche) e non affettive.
È comprensibile che per l'ordinamento e la cultura dominante noi lesbiche rappresentiamo un pericolo perché rompiamo con l'ordine dato che vuole a fondamento della società la coppia eterosessuale in cui la donna è controllata dall'uomo, nella sua libertà, nella sua sessualità, nel rapporto complessivo con il suo corpo e la sua identità: nel contesto di tale ragionamento l'esistenza di una lesbica significa la perdita di controllo almeno su due donne.
Il modello famiglia è considerato naturale (art. 29 Costituzione) ed è il luogo dei privilegi per alcune persone che godono di agevolazioni (accesso alle adozioni, diritto di successione, sgravi fiscali, assegni familiari etc.) ma è anche e soprattutto il luogo dell'inquadramento e dell'affermazione del diritto al possesso: possesso dell'uomo sulla donna e sui figli.
Il modello famiglia è dunque il luogo della negazione della diversità perché si offre come modello culturale unico (naturale o divino) con ruoli rigidi e definiti unilateralmente. E' il luogo da cui emana la discriminazione e la repulsa della diversità:esso si serve dell'educazione come controllo dei meccanismi di colonizzazione e consenso di quel pensiero unico/universale.
La famiglia (così come le unioni civili) basa la propria ragion d'essere sul patto economico che rimanda sempre al possesso (eredità, tutela dell'incapace etc) dunque è comunque uno strumento di controllo delle donne (inutile ricordare i numeri percentuali relativi alla ricchezza delle donne).
Perché dunque non battersi per la libertà e i diritti delle singole persone? Che poi stiano in coppia o altro sono scelte individuali tutte rispettabili. Perché accettare la logica del potere facendo finta che "così va il mondo" mentre in realtà ci facciamo normare?
Cosa cambia sul piano culturale e di costruzione di pensiero la parola d'ordine UNIONI CIVILI: non è dirompente ma dice "tranquille/i noi siamo come voi, vogliamo una famiglia, una situazione stabile e quieta, non vogliamo creare disordine, solo vivere una vita normale al riparo dai cambiamenti".
Quale identità alternativa proponiamo riaffermando tout-court il diritto/dovere della coppia istituzionalmente riconosciuta? Noi invece crediamo nel potere inteso come possibilità di esercitare il diritto di scelta, il diritto di affermare che le nostre vite e le nostre relazioni hanno un segno diverso (dove si collocherebbe la "famiglia allargata" delle lesbiche fatta dalle ex e dalle amiche?)
Invece che desiderare solo quello che è permesso noi siamo realiste: desideriamo l'impossibile!
Essere soggette di diritto significa esercitare il diritto alla disobbedienza civile che da una parte deve conoscere le leggi, il loro funzionamento e la ricaduta sulla produzione di modelli che concorrono (e condizionano) alla costruzione di identità e dall'altra deve ricercare spazi di azione all'interno e all'esterno dei codici.
Scegliamo di avere un ruolo politico che comporta un percorso difficile fatto di attentati all'esistente (come ci dice SCUM di Solanas) tramite un'adeguata politica sociale e culturale. Le nostre esistenze, in quanto non inquadrabili nell'ordine dato, costituiscono qualcosa che mina profondamente il potere eteropatriarcale perché per dirla alla Wittig "la lesbica non è una donna" secondo la visione patriarcale e fallologocentrica: non è una donna, cioè - sempre secondo questa visione - colei che non sta in rapporto di sfruttamento e di dipendenza dall'uomo e rompe con i ruoli e con i codici eteroimposti.
Del resto pur non esistendo leggi che puniscano le lesbiche esiste,non scritta, la condanna al silenzio e alla cancellazione dalla storia. Il Lexicon stesso non parla delle lesbiche, ma degli omosessuali: gli uomini comunque si danno un riconoscimento. Contro il silenzio, la cancellazione, la distruzione scientifica delle lesbiche e delle espressioni d'autonomia delle donne rimandiamo a testi e studi prodotti da grandi studiose come Rich, Wittig ecc. Inoltre,abbiamo sentito parlare dei Pacs come rivendicazione del diritto alla cittadinanza: intanto è necessario rimettere in discussione il concetto di cittadinanza così espresso, perché altrimenti ne possono godere solo coloro che accettano di starci dentro aderendo al modello e alle regole, mentre chi se ne distacca viene escluso dal godimento del diritto stesso e quindi emarginato.
Il gioco di "tutte insieme appassionatamente" non ci piace: regole e regolette buone per tutte/i e per ogni stagione, ritoccabili ad uso e consumo dello status quo, con buona pace del Vaticano, dello Stato, dell'ordine stabilito (insomma del patriarcato), non costruiscono un altro ordine simbolico, non reinventano il mondo, semmai reinventano le lesbiche facendole diventare un po' più accettabili, più urbane. (Citazioni da S.Spinelli Del diritto alla miseria Towanda n°13 marzo-maggio 04).
Condividiamo con Facciamo Breccia l'eredità del femminismo: non crediamo sia un caso che abbiate scelto come parola d'ordine quella dell' autodeterminazione.
Questa parola d'ordine è stata ed è una prepotente e tracotante sferzata che produsse ai tempi uno slogan significativo della coscienza e del sapere delle femministe: IO SON MIA che riassume in poche parole la definizione di uno stato di diritto sul corpo, la sessualità, l'identità, il potere di esistere.

il CLR

Roma 19/01/2007